Per la Cassazione l’insulto su Facebook può configurare lo stalking !

Condannato per reato di stalking per avere inviato via facebook insulti e messaggi minatori; non sussiste il minore reato di diffamazione, se le azioni sono in grado di provocare uno stato di ansia e di paura nei destinatari.

Quanto soprà e stato sancito dalla quinta sezione penale Cassazione (con la sentenza n. 21407/2016 di ieri, qui sotto allegata), che ha rigettato il ricorso di un uomo nei confronti di un’ordinanza del tribunale che gli aveva imposto il divieto di avvicinamento agli ex suoceri, con l’obbligo di stare lontano almeno 250 metri dalla loro casa e di astenersi dal comunicare con gli stessi con qualsiasi mezzo.

Nel caso esaminato all’uomo, a seguito di separazione, non erano stati affidati i quattro figli ma dati ai nonni materni. Erano seguite una serie di condotte persecutorie nei confronti della coppia di anziani, seguiti nei loro spostamenti, ingiuriandoli e denigrandoli anche su Facebook tanto da ingenerare in loro un grave stato di ansia e il timore per la propria incolumità.

Non è stat acccolta la difesa dell’imputato che riteneva come detti messaggi integrassero soltanto il reato di diffamazione.

Per la Corte Suprema, il più grave delitto di stalking tiene conto della reiterazione delle condotte e non del singolo episodio “che pur potendo in ipotesi integrare in sé un autonomo reato va letto nell’ambito delle complessive attività persecutorie“, “purchè l’abitualità degli stessi si traduca nella percezione di atti persecutori idonei a cagionare uno degli eventi di anno previsti dalla norma”.

NE CONSEGUE CHE, l’azione commessa sui social può configurare attività persecutoria e concorrere a far scattare le misure di protezione.

L’uomo è stato condannato al pagamento delle spese processuali oltre ad una somma a favore della cassa delle ammende.

Cassazione, sentenza n. 21407/2016

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