No alterazione di stato civile per “utero in affitto” in Ucraina

 Nel nostro paese unica fecondazione “permessa” è quella omologa, cio’ quella dove il bimbo che nascerà sarà biologicamente figlio della coppia.

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Ma se per “colpa” di uno dei due non fosse possibile procreare? In Italia non è possibile ricorrere alla fecondazione eterologa, ecco quindi il perchè dei cd viaggi della “speranza” in paesi come la Spagna e l’Ucraina.

Normalmente la gravidanza verrà però portata avanti dalla donna, ecco quindi che passerà quasi inosservato il ricorso alla eterologa.

Ma esistono casi di “affitti dell’utero”, con  gravidanza portata avanti da una donna su commissione di altra, quella che poi ne acquisterà la genitorialità.

In piu’ casii Tribunali italiani si sono quindi trovati a doversi occuparese, il dichiararsi allo stato civile genitori di un bambino la cui gravidanza sia stata portata avanti da altra donna e, con fecondazione poi eterologa, possa costituire alterazione di stato civile.

In una recente pronuncia, contraddetta però da altre pronunce, il Tribunale di Milano ha escluso il reato di alterazione di stato ex art. 567 co. 2 c.p.

il riconoscimento era permesso nel paese dove questa dichiarazione era stata effettuata. Nel caso specifico l’atto di nascita era stato formato validamente nel rispetto della legge del Paese ove il bambino era nato (l’Ucraina).

 

Per dovuta ricostruzione:

Una coppia italiana, non potendo portare a termine una gravidanza tradizionale, decisero di rivolgersi ad una clinica privata Ucraina per ricorrere a una tecnica di procreazione medicalmente assistita, non permessa in Italia, una fecondazione eterologa con “utero in affitto”.

Detta fecondazione prevede la formazione di un embrione in vitro con metà del patrimonio genetico del padre e l’altra metà proveniente da una donna ovo-donatrice, con impianto dell’embrione nell’utero di una terza donna che porta quindi a termine la gravidanza.

Dopo la nascita la madre “in affitto” ha attestato che non esisteva una relazione genetica con il bambino, prestando il consenso all’indicazione della coppia – imputati. quali genitori.

Come previsto dalla legge ucraina, l’ufficiale di stato civile ha quindi formato l’atto di nascita indicando nella persona dei due imputati (coppia italiana), la loro qualità di genitori del neonato. L’atto di nascita originale è stato quindi tradotto in lingua italiana ed è stato munito di un’annotazione che ne ha attestato l’autenticità.

Questo atto pertanto aveva tutti i requisiti per divenire efficace anche nell’ordinamento italiano.

All’arrivo in Italia i coniugi hanno compilato e presentato all’ambasciata i documenti necessari ai sensi di legge, indicando le qualità di padre e madre attestato dal certificato formato in Ucraina.

HANNO PERO’ simulato (finto) una gravidanza naturale, dichiarando di essersi recati in Ucraina al nono mese di gravidanza.

I funzionari dell’ambasciata, insospettiti, hanno comunicato quanto accaduto alla Procura della Repubblica di Milano, alla Questura di Roma, al Ministro degli interni e all’ufficiale di stato civile di Milano.

Lo stato civile di Milano ha comunque registrato l’atto di nascita attribuendo alla donna la qualità di madre del neonato mentre la Procura della Repubblica di Milano ha dato seguito alla notizia di reato, con rinvio a giudizio degli imputati e ipotizzando il reato di alterazione di stato nella formazione dell’atto di nascita del bambino (art. 567 co. 2 c.p.).

 La quinta Sezione del Tribunale di Milano ha assolto gli imputati  ritenendo che non vi era stata alcuna alterazione di stato.

Detto reato si configura uando – art. 567 co. 2 c.p., si «altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità», con pena la reclusione da 5 a 15 anni.

Il Tribunale ha escluso che si configurasse detto reato poiché l’atto di nascita era stato formato nel rispetto della legge del luogo ove il bambino era nato, all’esito di una procreazione medicalmente assistita conforme alla legge del luogo.

L’indicazione del nominativo della madre che ha commissionato la gravidanza in affitto, è infatti imposta dalla legge ucraina.

Inoltre, secondo quanto previsto dall’art. 15 del d.P.R. n. 396/2000, le dichiarazioni di nascita effettuate dai cittadini italiani all’estero «devono farsi secondo le norme stabilite dalla legge del luogo alle autorità competenti». Il rinvio alla legge del luogo prevista dall’ordinamento interno impone quindi ai cittadini italiani all’estero di effettuare le dichiarazioni di nascita all’ufficiale di stato civile straniero secondo la legge del luogo

Mancava poi, secondo il Tribunale, l’elemento oggettivo tipico della fattispecie contestata: «solo la falsità espressa al momento della prima obbligatoria dichiarazione di nascita è in grado di determinare la perdita del vero stato civile del neonato, mentre le dichiarazioni mendaci rese in epoca successiva possono eventualmente integrare il meno grave reato di falsa attestazione o dichiarazione su qualità personali ex art. 495 co. 2 n. 1 c.p.».

Secondo il Tribunale una responsabilità penale degli imputati era configurabile solo relativamente alla falsa attestazione o dichiarazione su qualità personali ex art. 495 co. 2 n. 1 c.p, con riferimento alle falsa attestazione sulla genitorialità biologica rilasciata ai funzionari dell’ambasciata.

Il Tribunale ha quindi escluso che si potesse configurare il grave reato di alterazione dello stato civile (pena la reclusione da 5 a 15 anni ), ritenendo invece sussistere il delitto di false dichiarazioni ad un pubblico ufficiale su qualità personali destinate ad essere recepite in atti dello stato civile, contemplato dall’art. 495 cpv. n. 1 (reclusione fino a tre anni). Allo stesso tempo però, trattandosi, di un reato comune commesso all’estero, punito con la pena minima inferiore ai tre anni, mancando la condizione di procedibilità della richiesta del Ministro della giustizia, l’azione è stata dichiarata improcedibile ai sensi dell’art. 9 c.p. 

La sentenza si spinge peraltro anche a negare che la trascrizione dell’atto di nascita da parte dell’ufficiale di stato civile italiano sia stata contraria all’ordine pubblico, internazionale (perché questa forma di procreazione assistita è pratica consentita nella maggior parte dei Paesi europei e perché il diritto a concepire un figlio ricorrendo alle tecniche di procreazione assistita rientra nella sfera di applicazione dell’art. 8 CEDU), ovvero interno (perché l’ordinamento italiano, nel disciplinare gli effetti della fecondazione eterologa, valorizza il principio di responsabilità procreativa e ne fa applicazione in luogo di quello di discendenza genetica)” con indubbi rischi che venga così aggirato il divieto di maternità surrogata espresso dall’art. 12 co. 6 della l. 40/2004, il cui ambito di applicazione è quindi limitato alle condotte commesse in Italia ma fa anche riflettere sulla compatibilità di tale pronuncia con i principi del nostro ordinamento in materia di stato civile e di diritto di famiglia.Trib. Milano, Sez. V pen., 15 ottobre 2013 (dep. 13 gennaio 2014

E’ indiscutibile come la questione fecondazione, omologa ed eterologa, racchiuda un grosso dibattito tutt’oggi presente in italia, e non possono passare inosservati i tanti viaggi in paesi esteri da parte di chi vuole ricorrere a tecniche di fecondazione non ammesse in Italia.

Si assiste poi ad una contraddittorietà di pronunce, quella commentata ha visto assolta la coppia, a fronte di altra coppia alle quale è stato tolto il figlio ed un’altra condannata a 5 anni e un mese.

 

 

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